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Imparare a surfare le onde della vita: la meta è sempre il vero obiettivo


“Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare.

Jon Kabat-Zinn


Prima o poi le onde arrivano. Puoi anche credere di stare al sicuro, ma la vita fa come le pare.

Le onde vere non le annusi: te le trovi addosso, senza chiedere permesso.

Non sono le onde da cartolina, quelle che puoi fotografare e postare. Sono le onde che ti tolgono il fiato, che non aspettano che tu sia pronto.


Per anni ho costruito barche solide, montato motori grossi, scelto l’equipaggio migliore. Pensavo bastasse, pensavo che con il controllo e la forza avrei gestito tutto.

Poi la realtà arriva. E ti ricorda che puoi avere il miglior arsenale, ma il mare fa come vuole. Conta la nave? Sì, ma solo fino al prossimo colpo di vento. Alla fine resta solo la testa che hai e la meta che ti porti dentro.



La meta, non il viaggio



Se non hai un obiettivo chiaro, sei solo in balia delle onde.

E più la meta è lontana, più vieni sballottato.

Appena ti rilassi, appena pensi “ce l’ho fatta”, ecco che la vita ti dà la sberla.

Sempre uguale: “sei sopra ad una bella barca, il mare è piatto, tutto facile… “ ed è proprio lì che rischi di perdere la rotta.

La comodità è una trappola: ti fa scordare la terraferma, ti fa dimenticare perché sei partito.


Siamo noi a scegliere il mare.

Vuoi il porto sicuro? Restaci.

Ma se punti all’orizzonte, se vuoi altro, allora le onde fanno parte del gioco.

Non puoi andare in oceano e poi lamentarti dei maremoti .

Quello che senti dentro, la voglia di orizzonte, di qualcosa di più, quella è tua.

Il mare risponde solo a quello.



Yacht, zattere, surf: cambia il mezzo, non la domanda



Ho visto transatlantici colare a picco per una svista.

Zattere di fortuna arrivare dritte in porto perché chi era a bordo sapeva leggere il mare meglio degli altri.

Non è fortuna, non sono i soldi. È la testa. È la capacità di tenere la barra, anche quando tutto sembra inutile.


A volte la differenza tra affondare ed arrivare si gioca in un attimo: una decisione di notte, una telefonata che non ti aspettavi, una resistenza che nemmeno pensavi di avere.



La calma è una pausa, non l’arrivo



Quando fila tutto liscio, goditelo.

Ma la calma non dura. E se sei uno che ha scelto di navigare, la baia sicura dopo un po’ ti va stretta.

La meta vera è sempre oltre.

Allora riparti, sapendo che ti prendi rischi.

Non è coraggio, non è follia.

È coerenza: sai che il mare è così e lo scegli comunque.



Le onde forti arrivano quando meno te l’aspetti



Il colpo arriva sempre: una madre che peggiora la salute , un progetto che si inceppa, una persona che ti manca.

Il mare pesa, la notte sembra infinita.

Poi basta poco: una soluzione non vista, una sorta intuizione , anche solo la voglia di non mollare.


Lì : “ in certi momenti “ o impari a surfare, o vai a fondo.

Non è teoria, è pratica di sopravvivenza.

Stare in piedi sull’onda, anche senza più energie.



Non mollare a metà viaggio



La parte peggiore è nel mezzo. Non vedi da dove sei partito, non vedi dove devi arrivare.

Lì molti mollano.

Ma lasciare tutto è l’errore peggiore.

Non importa che tu abbia uno yacht od una tavola bucata: conta solo che tu sappia perché sei partito.



L’arrivo non si compra



Puoi partire con il miglior equipaggio, la barca più attrezzata, rotte precise, strumenti nuovi.

Ti sembra che il risultato sia garantito, che bastino potenza, solidità, programmazione.

Ma il mare, come la vita, non si gestisce con un foglio Excel.


Tanti pensano che la forza sia nei mezzi, nei numeri, nel capitale.

Ma chi arriva davvero è quello che sa leggere il vento, quello che capisce d’istinto quando cambiare rotta, chi conosce il limite tra spingere e lasciarsi portare.


A volte la differenza la fa la leggerezza.

Non è una poesia: è tecnica.

Saper mollare le zavorre, cambiare in corsa, stare leggeri quando gli altri affondano nella loro stessa pesantezza.


Essere sottovalutato, alla fine, è un vantaggio.

Gli altri ti guardano e pensano che non ce la farai mai senza la nave più grossa, senza le certezze. Poi ti vedono arrivare in porto, magari bagnato, ma dritto, con il sorriso di chi ha visto la strada giusta prima degli altri.


L’arrivo non è questione di muscoli o fortuna.

È mestiere.

Occhi aperti, testa fredda, ascoltare i segnali, tagliare il superfluo.

E la barca più leggera, nelle notti difficili, arriva dove le altre si perdono.



Nessuna morale, solo una verità



Chi arriva, spesso, non è chi ha di più.

È chi sa davvero dove vuole andare, e come stare in mare.

Non puoi domare il mare, ma puoi scegliere dove puntare, puoi scegliere di restare in piedi anche quando tutto sembra contro di te.


Il viaggio che puoi raccontare, quello vero, è solo quello che hai scelto tu, senza scuse.

Mac

2 commenti

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Hai centrato bene il cuore del discorso: la barca, le vele, il vento… tutto torna a chi la guida. Alla fine è dentro di noi che si decide se restare a galla o affondare. Le difficoltà, come scrivi, insegnano a surfare onde sempre più alte. È lì che si vede chi siamo davvero. Grazie per questo pensiero così profondo.

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Ospite
19 giu 2025

Il vero paradosso non sono le onde ma chi sei tu . La barca ,il vento, le vele sono soltanto strumenti per la nostra immaginazione nel creare ciò che siamo veramente. La vita offre sempre tutto quello che abbiamo bisogno e spesso siamo incapaci ad accogliere questi doni. Le difficoltà sono nostri amici piu preziosi per diventare quel surfista sull'onda più alta da dove appare l'altra visione . Non c'è armonia in ciò che vogliamo e ciò che siamo. La barca affonda non per l'acqua fuori ma quella dentro. E poi quando mare è piatto per un respiro profondo si può anche camminare sopra verso l'orizzonte dove blu del mare sta bacciando stesso blu del cielo.

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