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Addio all’ultimo supereroe del pop. Ecco perché il suo mito resterà sempre vivo




È morto Hulk Hogan. Ed in quella frase, secca come un colpo di campana, c’è molto più che la notizia della fine di un uomo.

C’è lo spegnersi di una luce mitica, di un simbolo che ha attraversato intere generazioni con la forza di un fulmine. Per molti, è come se fosse morto un compagno d’infanzia, un fratello maggiore, una figura che aveva sempre un posto garantito nei ricordi più vividi e ingenui.


Ma allo stesso tempo, è difficile davvero credere che Hogan sia scomparso. Perché uno come lui non svanisce: resta inciso, si moltiplica, si tramanda. È entrato da tempo nel pantheon dei personaggi eterni.


Hulk Hogan, nato Terry Gene Bollea, non è mai stato solo un wrestler. Sarebbe riduttivo. È stato un mito costruito con precisione chirurgica: una montagna di muscoli, la bandana sempre presente, i baffi biondi e scolpiti come una firma, la voce roca, cavernosa, teatrale. Il ring era il suo regno, ma la sua vera forza era il carisma — una calamita umana, capace di tenere incollati allo schermo milioni di spettatori in ogni angolo del mondo. Ogni sua entrata era un evento. Ogni sua vittoria, una festa. E anche chi non seguiva il wrestling, in fondo, sapeva chi fosse Hulk Hogan. Perché era ovunque.


Negli anni ’80 e ’90, l’“Hulkamania” non era solo una moda: era una corrente culturale. Era sulle copertine dei giornali, nei cartoni animati del sabato mattina, sulle magliette scolorite indossate da ragazzini con i capelli spettinati. Era nei giocattoli, nei poster, nei videogiochi. Non si poteva evitare Hogan. E non lo si voleva evitare. Hogan era l’eroe buono, il campione leale, il gigante dal cuore puro che insegnava a non mollare mai. I suoi match erano rituali collettivi: si soffriva con lui, si urlava con lui, si vinceva con lui. Era come partecipare ad un grande rito catartico in cui, almeno per mezz’ora, il mondo sembrava avere un senso più chiaro, netto, rassicurante.


Ma Hogan non si è limitato al ring. È entrato nel cinema, nella televisione, nella musica, con la stessa energia che metteva nei suoi body slam. Ha recitato in film come “Mr. Nanny” (in italiano “Un papà da salvare”), “Suburban Commando” (“Cose dell’altro mondo”) o “No Holds Barred” (“Senza esclusione di colpi”), opere magari non da Oscar, ma diventate cult per chi le ha vissute in diretta. Ogni apparizione era una conferma del suo status: Hogan non era confinato in un’arena. Era un’icona della cultura pop, al pari dei più grandi. E anche le sue partecipazioni nei talk show, nelle sitcom, nei programmi per famiglie, rafforzavano quel ruolo di gigante buono, sempre pronto a proteggere i deboli, sempre dalla parte giusta.


Culturalmente, Hogan ha incarnato l’archetipo dell’eroe classico reinterpretato in chiave americana anni ‘80: muscoli e morale, forza e giustizia. Ma ha saputo anche evolversi, attraversare epoche diverse, trasformandosi da campione invincibile a icona autoironica, fino a diventare quasi una figura mitologica, raccontata più per quello che rappresentava che per quello che faceva. Era il simbolo della “lotta giusta”, non solo sul ring, ma nella vita. Un concetto che, nella sua semplicità, ha formato l’etica di migliaia di bambini ed adolescenti, fornendo un codice morale non scritto. “Allenati, dì le tue preghiere, mangia vitamine e credi in te stesso” non era solo uno slogan: era una filosofia di vita, ingenua ma profondamente efficace.


E quando l’epoca dorata del wrestling ha lasciato spazio a nuove mode, Hogan non è mai scomparso. È diventato un meme, una citazione ricorrente, un frame virale, una risorsa di nostalgia universale. È stato parodiato, omaggiato, reintegrato nel discorso culturale come pochi altri lottatori sono riusciti a fare. Anche le nuove generazioni, che non l’hanno visto in diretta, lo conoscono. Lo vedono nei video TikTok, nei reel, nelle reaction, nei tributi YouTube che ripercorrono le sue gesta come fossero epopee. E forse è proprio qui che si misura l’impatto di un personaggio diventato fenomeno: nella sua capacità di superare i limiti della propria epoca e parlare anche a chi è venuto dopo.


Quando muore una figura come Hulk Hogan, non si piange solo una persona. Si chiude un ciclo emotivo, si segna la fine di un’era, si prende consapevolezza che anche l’infanzia ha una fine. Ma allo stesso tempo, la sua morte non spegne nulla. Lo trasforma. Lo rende mito, puro racconto, materia di leggenda. E ogni volta che qualcuno racconterà “c’era una volta un uomo con i baffi biondi che lottava contro il male”, Hogan tornerà a vivere.


Perché i supereroi non muoiono mai davvero. Restano nel gesto di un padre che solleva il figlio sulle spalle imitando un body slam. Restano nella maglietta logora di chi non ha mai smesso di crederci. Restano nel cuore di chi ha imparato, da quel gigante sorridente, che lottare per ciò che è giusto è sempre, sempre, la scelta migliore.

MV


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